L'intervento del Presidente Carlo Sangalli

L'intervento del Presidente Carlo Sangalli

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22 luglio 2008
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Intervento del Presidente Carlo Sangalli

Roma, 22 luglio 2008

 

Desidero ringraziare il Ministro Maroni per la sua partecipazione a questa iniziativa che vuole essere innanzitutto un momento di confronto con le istituzioni su un tema, quello della criminalità e della sicurezza, diventato cruciale per il paese, ma ancor più per le imprese che Confcommercio rappresenta.

Perché è con lo Stato e con le istituzioni che Confcommercio intende continuare a lavorare, fianco a fianco, per il comune obiettivo di garantire legalità e sicurezza, nell’interesse delle imprese e dell’intera collettività.

Come ha fatto fin’ora, a livello nazionale e locale, attraverso un dialogo serrato e iniziative mirate, e non ultimo, attraverso l’attività della Commissione Consiliare per le politiche per la sicurezza, presieduta da Luca Squeri, che ringrazio per l’attenzione che dedica a questo tema.

Confcommercio ha presentato, esattamente un anno fa, la prima indagine sul campo mirata a capire quale fosse la percezione dei fenomeni criminali da parte delle imprese e quali le esigenze che ne scaturivano.

A distanza di un anno scopriamo che l’atteggiamento degli imprenditori del terziario sul questo tema non è sostanzialmente cambiato, ma è cambiato sicuramente il contesto nell’ambito del quale vanno interpretati i dati.

Perché in un contesto economico in cui si parla ormai di crescita zero, con una crisi dei consumi a livelli da codice rosso, un’inflazione in piena corsa, lo stato di salute delle imprese è tale da non poter sopportare ulteriori costanti, e crescenti attacchi al normale svolgimento dell’attività d’impresa.

Perché le imprese sono già gravate da un eccessivo carico fiscale, che non accenna a diminuire, e da una burocrazia ancora, spero per poco, costosa e farraginosa, da costi di gestione costantemente in crescita. Se a questo si devono aggiungere anche i costi della criminalità, si rischia veramente di ridurre la libertà di impresa, con il risultato di spingere molti imprenditori a chiudere o trasferire la loro attività.

Non voglio che si pensi che questo sia un annuncio allarmistico, perché purtroppo è quello che ci dicono i numeri: il 2,3% degli intervistati ha già preso questa decisione, e un altro 5% la sta prendendo in considerazione.

Perché un organismo debilitato non può produrre da solo gli anticorpi per reagire agli attacchi esterni, violenti, invasivi, diffusi e costanti, quali sono quelli della criminalità, del racket, dell’usura, delle rapine, dei furti.

Per questo motivo siamo qui, oggi, con il Ministro Maroni, per capire - una volta messo a fuoco la fotografia della situazione, che ci è stata esposta dal responsabile del nostro Ufficio Studi Mariano Bella attraverso la presentazione della ricerca realizzata da Confcommercio in collaborazione con GfK Eurisko - quale debba essere la cura. E la cura deve essere somministrata da chi ha i mezzi e le competenze per farlo.

I risultati del sondaggio da questo punto di vista parlano chiaro: l’87,9% degli intervistati ha messo al primo o al secondo posto l’intervento dello Stato fra le misure più efficaci per la sicurezza delle imprese.

Le imprese si aspettano, insomma, una risposta forte. E a fronte di questa risposta forte, sono pronte a fare la loro parte, fino in fondo. Lo stanno dimostrando, lo stiamo dimostrando.

In un territorio come quello Siciliano, martoriato dalla piaga della mafia e delle estorsioni, si è inaugurata una nuova stagione, che vede impegnati tanti imprenditori a collaborare con le forze dell’ordine e la magistratura nella denuncia degli estortori durante i processi a loro carico, forti della “protezione” - passatemi il termine - della nostra associazione, che oltre a fornire supporto legale e a costituirsi parte civile nei processi di mafia, con la decisione di sospendere quegli associati che coinvolti in tali procedimenti si rifiutino di collaborare con la giustizia, ha dimostrato di volersi far garante di quella cultura della legalità che è il presupposto di una compiuta democrazia economica.

Contribuendo così a disarticolare il circuito criminale che – attraverso le estorsioni, e a seguire, l’usura, gli appalti e i sub-appalti, il riciclaggio dei capitali – si infiltra nel tessuto delle attività economiche.

Certo, alle denunce devono seguire indagini rapide e condanne severe. E pene che devono essere scontate, tutte e sino in fondo.

Solo così si può diffondere una cultura della legalità, basata su diritti e sui doveri – e non su favori ed acquiescenze - bilanciati in una simmetria assolutamente inderogabile. Una simmetria, quella fra diritti e doveri che deve essere applicata in ogni ambito.

A cominciare dall’immigrazione. Gli immigrati sono una risorsa, preziosa ed essenziale per il Paese - un Paese che invecchia e che ha bisogno di giovani - per l’intera economia, e per le imprese.

Ma è una risorsa che deve essere gestita e non subita, garantendo integrazione, accoglienza e rispetto della regole. Nell’interesse degli stessi immigrati e dei cittadini italiani.

Perché solo attraverso il rispetto da parte di tutti dei reciproci diritti e doveri è possibile garantire la legalità e la sicurezza, ma anche e soprattutto combattere la piaga del lavoro nero e delle attività sommerse che innescano una spirale di degrado, povertà e disperazione che spingono al crimine.

E’ la clandestinità la piaga da combattere, e in tal senso sono sicuramente apprezzabili gli interventi individuati dal Governo per incidere sulle dinamiche che ne consentono la proliferazione, punendo chi sfrutta illegalmente la disperata ricerca di un lavoro o di un abitazione da parte di chi non ha possibilità di scelta.

Perché abbiamo sperimentato che, al contrario, laddove vi è una gestione regolamentata, come nel caso della gestione dei flussi degli ingressi degli immigrati stagionali - che sono ormai una componente strutturalmente organizzata e determinante per molti dei nostri settori - non solo vi è rispetto di diritti e doveri ma un indiscusso beneficio per il sistema economico.

I diritti e i doveri d’altronde non si esauriscono qui, anzi.

C’è un diritto alla sicurezza che deve essere garantito ad ogni cittadino, ad ogni impresa, affinché nessuno si senta minacciato nella sua persona e nei suoi beni.

A questo diritto corrisponde un diritto/dovere da parte delle istituzioni a cui è demandato in via prioritaria il compito di presidiare il territorio, perché solo con il controllo capillare e la presenza costanze delle forze dell’ordine si può prevenire e reprimere la criminalità.

Un ruolo determinante, specialmente in termini di prevenzione può e deve essere svolto con la collaborazione degli enti locali, che più di altri possono influire per contrastare il degrado urbano, nel quale si annidano e proliferano quelle sacche di criminalità  diffusa che esasperano i cittadini.

Fa riflettere in tal senso quella che è stata definita la “politica della finestra rotta” di Rudolph Giuliani, già sindaco di New York: se in un quartiere c’è una finestra rotta e non si aggiusta presto ce ne sarà un’altra, poi una panchina divelta, poi una cabina telefonica danneggiata, un lampione fuori uso e un altro ancora, e, a seguire, lo spaccio di stupefacenti, con ciò che ne consegue.

 

Bisogna quindi creare una stretta collaborazione fra forze di polizia ed enti locali per integrare il “controllo del territorio” da parte delle stesse forze di polizia con il “governo del territorio” da parte delle autorità locali. Bene quindi i poliziotti o i carabinieri di quartiere, ma tale presenza  deve essere accompagnata da investimenti sistematici e progetti mirati di riqualificazione, specialmente nelle aree periferiche o più degradate.

E’ questa una considerazione che è d’altronde confermata dai risultati della nostra indagine, dalla quale emerge che le rapine, un crimine strettamente connesso a quella criminalità diffusa che nasce in situazioni di degrado e di abbandono del territorio, sono percepiti ovunque in netto aumento, ma ancor più nelle grandi città del Centro Sud e più in generale al Centro.

E ancora più significativa è l’esperienza diretta degli intervistati: il 17% ha effettivamente subito rapine, furti o estorsioni, ma la percentuale sale fino al 25% nelle grandi città del Centro Sud.

La gravità della situazione è insomma evidente e comunque devo riconoscere al nuovo Governo che non ha indugiato nell’affrontare la questione, con provvedimenti che aspettavamo da tempo. Cioè quella “tolleranza zero” che più volte abbiamo chiesto in passato.

Prima di concludere non posso tuttavia non affrontare un problema oggettivo, che è quello delle risorse da destinare alla sicurezza, perché senza risorse non si risolvono i problemi.

Le forze dell’ordine sono cronicamente in carenza di organico e le risorse finanziarie destinate agli investimenti e ai consumi intermedi - ossia ai mezzi e agli strumenti necessari per contrastare la criminalità - sono spesso insufficienti.

Non voglio entrare nel merito del dibattito sul reperimento e sulla quantità delle risorse da destinare alla sicurezza ma credo che in termini di ottimizzazione e razionalizzazione qualcosa possa essere fatto.

 

E anche le nuove norme “antimafia” contenute nel decreto e nel disegno di legge “sicurezza”, oltre a colpire direttamente il cuore delle organizzazioni criminali possono contribuire a riconvertire beni e patrimoni da destinare al ripristino di legalità e sicurezza proprio laddove queste sono maggiormente minacciate.

 

Insomma credo che oggi ci siano le condizioni per restituire ai cittadini la fiducia di poter vivere - e lavorare -serenamente in un Paese in cui alla parole sicurezza e  legalità non debba più essere associato il termine “emergenza”.

Perché oggi le imprese - e i nostri imprenditori in particolare, che tutti i giorni alzano la saracinesca e lavorano sulla strada - non possono più continuare a stare in trincea.

 

Grazie.

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