L'intervento del Presidente Sergio Billè

L'intervento del Presidente Sergio Billè

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6 ottobre 2004
Intervento di Sergio Billè

Se c’è un peccato - direi tutt’altro che veniale - commesso, in tutti questi anni, dal nostro Stato e dalla classe politica che lo rappresenta, questo è stato e, in gran parte, ancora è, “la mancanza di lungimiranza”, cioè la capacità di vedere i problemi al di là del proprio naso.

Un “peccato” che questo paese sta pagando molto, ma molto caro.

Per capirne l’entità, la gravità e le conseguenze che ha determinato bisogna fare uno, anzi due passi indietro.

E’, infatti, dall’inizio degli anni novanta, da quando cioè è iniziato il percorso di avvicinamento all’Europa di Maastricht, che sono cominciati ad affiorare nel paese chiari segnali sul graduale ma sempre più marcato cambiamento del nostro sistema economico.

Nessuno, nelle Istituzioni e nella nostra classe politica dirigente, ha percepito le sostanziali novità che erano nell’aria.

Eppure le ripetute crisi all’interno dell’asse industriale e la quasi brutale cancellazione di settori chiave come quelli dei computer - il seppellimento della Olivetti - dei servizi avanzati e della chimica di base avrebbero dovuto aprire gli occhi.

Ma sono stati tenuti chiusi.

Avrebbe dovuto essere chiaro a tutti che un problema che stava diventando impellente, sulla scia di una globalizzazione dell’economia che si stava mettendo sotto i piedi la cultura dell’ideologia fordista - molte fabbriche, pochi servizi - avrebbe dovuto essere affrontato subito mettendo in cantiere nuove strategie e un diverso tipo di investimenti.

Il mondo economico stava per cadere nelle mani di chi - avendo molto naso - aveva capito che l’unica porta di ingresso dello sviluppo era quella delle moderne tecnologie e, attraverso di esse, di un potenziamento di tutto il settore dei servizi.

E noi cosa abbiamo fatto?

Niente, niente di niente.

Non abbiamo liberalizzato il mercato lasciando che, nei settori chiave del paese, ai monopoli pubblici si sostituissero monopoli privati.

Non abbiamo investito nella ricerca illudendoci che, per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico, il nostro potesse continuare ad essere un mondo a parte.

Un’isola diversa che non aveva bisogno di queste cose per crescere e per restare competitivo con il resto del mondo.

Il risultato lo conoscete: per quanto riguarda la voce “progresso tecnologico” il nostro paese, in pochi anni, è scivolato al 44° posto.

Persino il Cile e la Tunisia, da questo punto di vista, stanno oggi meglio di noi.

Era chiaro, evidente, lampante che, per fronteggiare la concorrenza, la prima cosa da fare doveva essere quella di consentire alla nostra grande area delle imprese che operano nel terziario e dei servizi di mercato - quelle che oggi, in termini di Pil, producono più ricchezza in questo paese - di “attrezzarsi” anche dal punto di vista tecnologico, insomma di “fare rete” perché questa era l’unica strada per diminuire i costi e aumentare il loro grado di efficienza e di produttività.

A quest’area, per le tecnologie, lo Stato, invece, non ha dato un soldo.

Gli incentivi continuavano ad essere “dirottati” altrove.

E con quali risultati lo sapete perché, nonostante questo fiume di denaro, il settore industriale è andato perdendo buona parte della sua competitività.

E il settore distributivo e dei servizi?

Poteva aspettare perché le “logiche”, chiamiamole così, delle Istituzioni e della politica, continuavano ad essere “altre”, come altre le sue strategie ed altre le sue esigenze.

E a pagare lo scotto di questo enorme errore strategico è oggi tutto il paese.

Ora questo governo ci dice che “vuole strada”.

Ed è un fatto positivo.

Aspettiamo di vedere come questa nuova strategia rivolta finalmente al potenziamento tecnologico della distribuzione si concretizzerà.

Abbiamo perso un mare di tempo, abbiamo buttato un mare di soldi.

Recuperare terreno non sarà facile, ma ci proveremo.

Non vorrei aggiungere altro perché, sull’argomento, il nostro vicepresidente Paolucci potrà dirvi molte più cose, sull’argomento, di quanto ve ne possa dire io.

Siamo comunque ad un bivio, ad un crocevia.

O si prende finalmente la via giusta o davvero questo paese rischia di non andare più da nessuna parte.

Fino ad oggi sulle imprese della distribuzione le Istituzioni hanno fatto solo opera di “mungitura”: prendevano il loro latte per sfamare altri.

Così non è più possibile andare avanti.

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